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5 FEB 2012
Pagliacci
di Ruggero Leoncavallo


Dramma lirico in un prologo e due atti
di Ruggero Leoncavallo
su libretto di R. Leoncavallo
regia Leo Muscato
direttore Matteo Beltrami
orchestra lirica I Pomeriggi Musicali
coro Circuito Lirico Lombardo
coro di voci bianche dell’ Istituto Pareggiato “C. Monteverdi” di Cremona

I pagliacci, dramma in un prologo e due atti, venne allestito per la prima volta al Teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892 quando il suo autore, Ruggero Leoncavallo aveva 34 anni e da molto tempo era impegnato a trovare una strada artistica, dopo gli inizi non facili sulla scia del successo clamoroso ottenuto da Mascagni con Cavalleria rusticana. Il compositore aveva l'obiettivo di allestire un'opera di ridotte dimensioni che rispondesse alle sue esigenze di fedeltà alla vita. Si concentrò pertanto su un fatto di cronaca, dai colori vivi e cruenti, al quale aveva assistito giovanetto e, trascurato ogni aggancio letterario, in cinque mesi creò un libretto dal taglio drammatico considerevole, non esente da alcune volgarità, ma specchio rigoroso del quotidiano, in netta contrapposizione alla corrente romantica. Il fatto di amore e sangue consumatosi sulle scene di un improvvisato teatrino di provincia non solo si attagliava alle nuove istanze dell'opera italiana, ma nel suo allestimento scenico acquisiva anche un significato più chiaro e un'efficacia drammatica indiscutibile, anticipatrice, sotto certi aspetti, della violenza di impulsi primitivi o del senso del grottesco tanto cari al clima espressionista.

Il prologo, manifesto del Verismo, serve a Tonio per preannunciare che il vero sarà la fonte d'ispirazione dell'artista uomo che scrive per gli altri uomini e che i temi dell'arte, portati con crudezza sulla scena, sono intimamente legati alla vita e si identificano con il dramma degli stessi interpreti. La musica risente senz'altro d'immediatezza d'istinto: vi si odono suggestioni da Schumann e da Mendelssohn e in alcuni temi, in specifiche risoluzioni armoniche e strumentali, in progressioni e fraseggio vocale si può individuare un influsso wagneriano. Ma tutti questi atteggiamenti, strappati dalla loro matrice e calati in un ambiente culturale del tutto diverso, acquistano una nuova valenza e appaiono ingredienti di un discorso realistico agli antipodi del mondo wagneriano. A parte i valori programmatici, il prologo risulta anche musicalmente una delle pagine più interessanti dell'opera, fondato su due incisi iniziali presentati con vigore nell'introduzione strumentale, in cui appaiono due importanti temi: «Ridi pagliaccio» di Canio e «Qual fiamma avea nel guardo», l'andante amoroso del duetto fra Nedda e Silvio. I discorsi e le azioni dei vari personaggi sono articolati con grande varietà espressiva e un'efficacissima partecipazione orchestrale: dal discorso di Tonio alla romanza di Canio; dal monologo di Nedda, in cui il personaggio presenta la sua natura sensuale e sognatrice, ai duetti; dai cori, che servono per creare colore locale, ai passaggi strumentali che accentuano il contrasto tra atteggiamenti grotteschi e raffinati con il ricorso a danze di maniera. Momento clou del primo atto è notoriamente il famoso «Recitar» nel quale, come è stato rilevato, la frattura tra teatro e vita si salda nel dramma del protagonista, tutto teso alla ricostruzione della sua vicenda personale. Altrettanto culminante la scena di Canio nell'atto secondo («No! pagliaccio non son») che dà avvio, preannunciato dal concertato e infine concretizzato con la sortita di Silvio, al momento più tragico della storia, in cui dramma e vita si ricongiungono.