di Luigi Pirandello con un finale di Franco Scaldati
regia Federico Tiezzi
con Sandro Lombardi
Federico Tiezzi, esponente di punta dell’avanguardia teatrale degli anni’70 e ’80, è diventato via via un artista eclettico applicandosi anche ad una sorta di innovazione registica nelle opere liriche, ponendosi alla guida artistica del Teatro Metastasio di Prato dal 2007, dedicando sempre molta attenzione all’impronta sociale e politica che il teatro deve lasciare, declinata spesso attraverso i classici, dalla tragedia greca a Brecht, ed esplorando i cambiamenti del linguaggio artistico, nel quale convergono, intrecciandosi, molte discipline come la danza, la musica, le arti visive.
Affronta oggi I Giganti della montagna, ultima fatica teatrale di Luigi Pirandello, testo unico per l’aura di mistero che lo circonda, dovuta senza ombra di dubbio alla sua incompletezza. Una favola metaforica, che ci fa interrogare sull’arte e sul suo destino in un’epoca paurosamente imbarbarita, che lacera ogni nobile ideale umano. I protagonisti-attori del testo sono spinti a chiedersi dove sia la verità, se risieda nella magia del teatro oppure dentro noi stessi. Rappresenta comunque la situazione nella quale ci troviamo attualmente: l’inesorabile decadenza del teatro e del cinema di fronte a nuove forme imperanti d’attrazione, come una televisione sempre più superficiale e volgare. I Giganti sono i protagonisti, rappresentano il potere ed esercitano un controllo invisibile manipolando le coscienze, scenderanno minacciosi dalla loro montagna lasciandoci immaginare un destino funesto. In scena appaiono due gruppi di personaggi contrapposti: i sei Scalognati, che vivono in una villa abbandonata dove hanno trovato rifugio, capeggiati dal mago Cotrone, e i sei della compagnia di un’attrice, Ilse Paulsen, detta “la Contessa”, che giungono in quel luogo dando vita ad una comunità nutrita di sogni e poesia. La Contessa Ilse, determinata a proseguire la sua missione, con la sua sapienza indica quale potrebbe essere il ruolo del teatro . Cotrone rivendica la forza che il teatro ha per contemplare le trasformazioni della realtà. Questi ultimi comici devono tuttavia riprendere il cammino per esibirsi di fronte ad un’altra comunità, quella dei Giganti, ben più materiale e sprezzante. Termina qui la stesura della commedia. L’ultima parte non è stata completata e ne resta una descrizione sintetica. Sembra che i Giganti rifiutassero la rappresentazione di Ilse spingendola inesorabilmente ad una tragica fine.
I Giganti è un’opera riscoperta più volte nel secolo scorso, perché i registi facevano un po’ a gara per darne un’interpretazione e rilanciare ipotesi differenti su un finale mai scritto. Giorgio Strehler si specchiava nel Mago Cotrone, Leo de Berardinis vestiva i panni della Contessa. Oggi Federico Tiezzi si lega alla nostra società e mette in conflitto tre linguaggi della comunicazione del ‘900: il teatro, rappresentato dalla figura di Ilse e della sua compagnia, il cinema da Cotrone e gli Scalognati, e la televisione, imposta con estrema violenza dai Giganti. La versione ideata da Tiezzi mira alla scrittura di una conclusione da parte di Franco Scaldati, che utilizza l’immediatezza della lingua siciliana per il racconto del tragico scontro finale, quando avviene l’esecuzione della Contessa, fatta a brani da Giganti in preda alla furia devastatrice, mentre un piccolo schermo incombe sempre di più sopra il cadavere.
L’allestimento è attento più alla forma che ai contenuti, soprattutto alla fusione di linguaggi. Su tutti incombono i Giganti assurti a simbolo della civiltà televisiva: rappresentano il progresso cieco e la velocità dei cambiamenti che tutto travolge, lontano dai valori della poesia; come la televisione, rappresentano in modo spietato la volgarità. Una televisione che, nostro malgrado, sta fagocitando gli altri mezzi espressivi.
Sandro Lombardi interpreta Cotrone, il mago-capocomico degli Scalognati, come un agile imbonitore, con eleganza e un filo di malinconia. Iaia Forte, la Contessa, eroina dolente di un’arte ormai disprezzata, veste i panni di una sacerdotessa, mostrandone l’aspetto più sanguigno e vitale.
Questo spettacolo, visionario e di affascinante limpidezza formale, che mescola suggestioni colorate, stralci di un cinema muto, atmosfere circensi felliniane, è lo specchio inesorabile del nostro presente: le parole dell’autore, quasi profetiche, ci permettono di ribadire la centralità del teatro, soprattutto di quello la cui sostanza profonda risiede nella verità umana.