da un testo di Curzio Malaparte
regia Marco Baliani
con Marco Baliani, Elisa Cuppini, Marion D’Amburgo, Alessandra Fazzino, Maria Maglietta, Simone Martini,Guido Primicile Carafa, Giuseppe Sangiorgi, Caterina Simonelli, Michele Riondino a causa di un infortunio è sostituito dall'attore Savino Paparella
Curzio Malaparte è stato un “reporter” di fatti drammatici che hanno segnato la penisola da Viva Caporetto! (1921) e ha registrato i fatti tragici subiti dalla collettività, che fosse di volta in volta dei fanti in trincea, degli ebrei deportati, delle truppe tedesche, degli ambienti militari e diplomatici in generale. Di queste comunità al martirio una, forse quella di spicco, è stata Napoli, città ferita e offesa, chiamata ad assumere su di sé i peccati del mondo e farne espiazione: la città che, persa la guerra, ha gettato le armi e si è consegnata ai vincitori, indossando le divise dei soldati americani e lottando contro la fame. E’ ciò che accade ne “La pelle. Storia e racconto” (1949), scritto da Malaparte durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, quando rientrò nell'esercito come ufficiale di collegamento con il comando alleato. Nel libro non c’è solo la vena storica dell’autore, ma anche la spinta poetica al verosimile, che porta all’interno del romanzo mirabili visioni, spesso allucinate ed eccessive, scaturite dalla sua creazione. Immagini crude e provocatorie semplicemente specchiate nella realtà macabra e per nulla consolatoria. Protagonista la guerra nella sua sempiterna insensatezza, nella vittoria e nella sconfitta. Siamo in realtà alla fine del combattimento, un momento particolare di simbiosi tra vincitori e vinti, di convivenza effettiva. L’esperienza del conflitto è stata una catastrofe per tutti, indistintamente. Il racconto si riferisce in particolare all’invasione alleata: gli americani sono dei superman che hanno invaso la penisola, accolti da una folta schiera di puttane-vestali messe a tutela del tempio profanato. Salvare la pelle è l’unica speranza, l’ultimo confine tra l’essere e il non essere. La pelle è anche il corpo martoriato e offeso dalla violenza bellica.
Lo spettacolo ideato da Marco Baliani, utilizza il romanzo come una traccia, una mappa; il percorso è stato costruito insieme agli attori che hanno elaborato la drammaturgia; non vuole essere una visione di Napoli nel dopoguerra ma quella della nostra contemporaneità.
Nella messa in scena il senso di instabilità sta tutta nella coesistenza degli accadimenti, con un andamento per quadri, in cui più esistenze si mescolano. Il regista punta molto sulle immagini visive: lo spazio scenico rappresenta un deposito di scarti, anche umani, nel quale si agitano corpi e coro, scolpiti da luci caravaggesche. Da questi guizzi luminosi, spesso deboli e precari, emerge la corporeità che viene inghiottita di nuovo in bui improvvisi.
Della pelle, sul palcoscenico, viene fatto un utilizzo fisico e metaforico. Sotto la pelle c’è la perdita del senso umano, l’urgenza alla sopravvivenza che porta gli uomini a vendersi. I vinti all’inizio dello spettacolo coprono la loro nudità con le divise dei vincitori; ma appaiono anche i corpi che subiscono la violenza fisica da parte dei soldati, quelli delle vergini esposti alla curiosità morbosa, quelli inerti delle processioni che non sono più celebrazioni religiose, ma semplici trasporti di cadaveri. Dieci attori si calano negli accadimenti di una umanità attonita e viscerale; i loro corpi sono portatori di bisogni, a tratti fusi in coralità di gesti e azioni, a tratti staccati gli uni dagli altri per incarnare la singola voce dell’individuo. Si unisce alle altre quella di Baliani-attore che si assume di fatto il ruolo di narratore (e voce fuori campo), leggendo parti del romanzo. Esposti e offesi, oppure carichi di desiderio, costruiscono insieme un affresco dirompente, carico di materia, di quello che il regista definisce “uno squarcio di poesia vivente”.