con e di Ascanio Celestini
Riassumere la complessità della figura artistica di Ascanio Celestini è impresa ardua perché è divenuto un vero e proprio “caso” nel mondo teatrale italiano. Lo si può certo annoverare tra i migliori affabulatori (entro una lista che comprende i nomi prestigiosi di Baliani, Paolini, Enia, Perrotta). Ma non solo. Ha scritto Storie di uno scemo di guerra che si è guadagnato il Premio Bagutta opera prima e il Premio Fiesole under’40. E’ stato direttore artistico a Roma di “Bella ciao”, un festival vitale e coraggioso, di impegno e militanza, che mette in luce gli sforzi (non sempre apprezzati) di giovani artisti e di compagnie teatrali esordienti.
Classe 1972, è stato definito: poeta delle zone oscure dell’uomo, romanziere dell’osservazione, cantore, cantastorie ascetico. Celestini racconta la vita nella sua estrema compenetrazione tra fatti drammatici e divertenti. Un senso profondo accompagna le sue storie: sicuramente quello di raccontare, attraverso situazioni e personaggi, gli altri. Con parole non definitive, non necessariamente fissate (in alcuni dei suoi spettacoli non c’è un vero e proprio testo, ma un canovaccio stabilito a posteriori, come ad esempio è accaduto per Radio Clandestina fissato sul libro trascrivendo una replica). E’ popolare. Nel senso di un teatro popolare dei racconti di strada, delle veglie, della voglia di condividere, del raccontare per sentirsi vivi. Narra la vita nella sua estrema compenetrazione tra fatti drammatici e divertenti: un senso profondo accompagna le sue storie. Raccoglie documenti dalla voce dei protagonisti, ma non gli interessa la ricostruzione documentaria: invece da’ forma a racconti compresi tra realtà e inverosimile, quasi fossero fiabe capaci di tenere simultaneamente fatti differenti, svariati personaggi, dentro un tempo non lineare ma circolare, con un andamento a dir poco torrenziale, che rivela l’irrinunciabile urgenza di raccontare.
Miete successi a teatro e come scrittore. Ha vinto il premio di nuovo teatro nel 2000 “La fine del mondo”, ma il riconoscimento plateale gli è giunto con “Radio clandestina” sull’eccidio delle fosse ardeatine. Nel 2002 ha ricevuto il prestigioso premio speciale Ubu per Fabbrica, e nello stesso anno è uscito il libro Cecafumo, racconti a voce alta. Nel 2005 debutta La pecora nera e viene pubblicato il libro Storie di uno scemo di guerra. La pecora nera parla di manicomi e moderne schizofrenie, realizzato dopo aver parlato con i degenti di ospedali psichiatrici. Appunti per un film sulla lotta di classe, monologhi nati dalle interviste ai lavoratori precari.
Nel 2004 alla Biennale di Venezia presenta “Scemo di guerra”. Roma , 4 giugno 1944. Il giorno della liberazione della Capitale è raccontata attraverso lo sguardo innocente e un po’ visionario di un bambino. Ma è la storia che Ascanio ha sentito raccontare da suo padre per trent’anni: gli accadimenti veri, vissuti in prima persona dal genitore. Come il bombardamento di San Lorenzo e il rastrellamento del Quadraro, o l’arrivo degli americani e la fuga dei nazisti. Il bambino (suo padre) che in quel fatidico giorno tornava a casa con il padre (suo nonno); mentre i due percorrono una città popolare che si svela come una mappa di emozioni ed aneddoti, il giovane rischia di morire per il tentativo di impadronirsi di una cipolla: un povero ammattito gli spara perché, padrone di quella cipolla, vuole prendersela. Il bambino non vuole cedere, tra i due inizia un racconto sulle loro esistenze, simili e speculari, che incrociano gli stessi accadimenti, dal ricordo del campo di concentramento a quello della vita rurale romana. E lo spazio del racconto si popola di personaggi: fascisti, americani, russi, il barbiere dalle mani belle, il porcaio di Torlonia. In chiusura, la voce registrata del padre ricomincerà il racconto dall’inizio: l’emozionante ricostruzione di quelle storie ascoltate fin da bambino è compiuta.
La componente fiabesca e visionaria, in questo spettacolo, è molto presente, ed è dimostrata da alcuni episodi come quello della Madonna che incarica le mosche di nascondere il corpo di Cristo e poi le punisce, oppure quello del personaggio del barbiere che andando a seppellire un cane viene coinvolto nel trasporto di cadaveri.
I temi della morte e della guerra sono ricorrenti: la prima non solo nell’accezione reale sotto i bombardamenti o per gli spari a tradimento, ma quella della dimensione più immaginifica e stralunata di morti che risorgono mossi da un destino oscuro; l’orrore del conflitto bellico si stempera nella necessità di trovare un appiglio, un senso, una ritrovata speranza.
Sempre da solo in scena, o al massimo accompagnato in qualche spettacolo da musicisti, seduto su una sedia, illuminato con semplicità da neon o lampadine, brechtiano nella sua essenza, è capace di infondere ritmo e musicalità nella costruzione poetica. Tutto ciò che arriva dalle sue parole ci riguarda, acquista un valore universale, e questa sua poesia, che sia nata dalla fonte famigliare o dal suo scandagliare, ci trasmette una realtà densa di profonda e commovente umanità.