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1 AGO 2010
I Solisti di Pavia
di Enrico Dindo

Enrico Dindo, direttore
musiche F.Mendelssohn, F.J.Haydn, P.Ciaikovsky

Programma:
Felix Mendelssohn, Sinfonia per archi n.2
Franz Joseph Haydn, Concerto per violoncello in do maggiore
Pëtr Il’iè Èajkovskij, Andante cantabile per violoncello e archi
-  Serenata per archi


Come cantore nell’accademia di canto a Berlino, come allievo del rigoroso maestro Zelter, direttore della Singakademie, e ascoltando le esecuzioni della sorella Fanny, maggiore di tre anni, Felix Mendelssohn (1809-1847) fin dai primi anni di studio poteva avvicinare con una certa facilità i grandi modelli musicali del passato e conoscerne diversi generi e stili. Provenendo da una famiglia agiata, inoltre, poteva acquistare le composizioni del momento direttamente dai più importanti editori e impratichirsi così con le opere di C. P. E. Bach, Haydn, Mozart, Rossini e Beethoven. È logico dunque che i suoi primi esperimenti compositivi risentano fortemente degli studi effettuati e ricalchino modelli formali classici. Tra queste prove si annoverano anche le dodici sinfonie per archi che risalgono agli anni 1821-1823. Esse mostrano uno sviluppo lineare, rapido, non complesso, rivelando i modelli di riferimento e mostrando gli sforzi per padroneggiare la tecnica di composizione e l’impianto formale nonché la ricerca di specifici effetti sonori. La seconda sinfonia risente dunque, soprattutto nel primo movimento, di un formalismo di maniera, ma il movimento lento in minore, che inizia con un severo canone tra i primi e secondi violini, si presenta molto ben riuscito e lascia presagire uno spirito innovativo.

Durante il periodo di attività presso Nicolaus Esterházy, detto il “Magnifico”, nella splendida residenza di Esterház sul lago di Neusiedl, battezzata la “seconda Versailles”, Franz Joseph Haydn (1732-1809) poteva impegnarsi liberamente nella composizione musicale e prefiggersi sperimentazioni  soprattutto di natura tecnica pensando agli eccellenti strumentisti di cui la residenza era dotata. Il Konzertemeister era l’ottimo violinista Luigi Tomasini e al suo fianco, per bravura, senza dubbio stava il violoncellista Joseph Weigl. A lui viene dedicato tra il 1761 e il 1765 il concerto per violoncello in do maggiore, la pagina probabilmente più conosciuta ed apprezzata dagli strumentisti di ogni epoca. L’accompagnamento strumentale è assicurato da un tessuto di quattro voci nel quale gli strumenti a fiato non sono presenti e le parti solistiche sono molto virtuosistiche. Il primo movimento non si distacca fortemente dagli altri concerti solistici ed è ravvivato da una particolare inventiva tematica che nel secondo solo si trasforma in esuberante e vigorosa. Il movimento lento è in forma sonata con tre ritornelli che consentono un vero e proprio dialogo tra solista e orchestra. Il conclusivo Allegro molto è dominato da una potenza compositiva stimolante oltre che da un’affascinante tecnica di sviluppo ed elaborazione del materiale.

L’Andante cantabile di Pëtr Il’ič Čajkovskij, coincide con il secondo movimento del Quartetto n.1 in re maggiore op. 11 composto nel 1871 e soltanto in seguito adattato dall’autore per violoncello e archi, pensando specificamente ad un interprete d’eccezione quale era Anatoly Brandukov, esponente di spicco della scuola violoncellistica russa. Il quartetto, che già alla prima esecuzione aveva riscosso apprezzabili commenti grazie agli splendidi interpreti (tra cui il violinista Ferdinand Laub e il violoncellista Wihlem Fitzenhagen) e alla sapiente e completa padronanza della scrittura strumentale, fu applaudito ampiamente anche nell’adattamento allo solistico timbro del violoncello e all’organico ampliato. La nuova compagine cameristica ha senza dubbio vivacizzato lo spirito popolareggiante della pagina e esaltato maggiormente alcuni aspetti della creazione melodica basata sul tema russo “Vanja era seduto sul divano e fumava la pipa”, già armonizzato dall’autore per pianoforte a quattro mani. Il primo tema, dolce e accattivante, dotato di una metrica irregolare, si contrappone a un secondo, più uniforme e incalzante, molto vicino allo spirito della danza. Lo sviluppo si arricchisce di nuovi spunti, confermando il carattere di semplice melodia accompagnata, e la coda conduce felicemente morendo attraverso continue variazioni.

Incerto tra una sinfonia e un quintetto d’archi, Cajkovskij destinò la composizione, scritta tra il settembre e l’ottobre 1880, al complesso dell’orchestra d’archi con l’intitolazione di Serenata op. 48. Il modello era la serenata settecentesca, genere di intrattenimento, e lo scopo quello di creare una partitura classica destinandola a un’orchestra di strumenti affini. L’idea incontrò il plauso del pubblico e l’opera entrò regolarmente nei cartelloni concertistici. La struttura è quella di una sonatina - come dichiarato dall’autore stesso -  in quattro movimenti. Il primo è un Andante non troppo che introduce, al pari dell’Allegro moderato seguente, canti popolari già utilizzati dal compositore. Il Valzer successivo, Moderato, propone una forma bitematica tripartita nella quale si insinuano asimmetrie raffinate, a cominciare dalla metrica irregolare del tema iniziale e da un’interessante strumentazione che coinvolge in modo paritario tutti gli archi. Il Larghetto elegiaco successivo appare quasi un’aria operistica con il canto affidato ai primi violini e l’accompagnamento distribuito fra le restanti sezioni. Dopo una cadenza, si ripresenta l’introduzione iniziale omofona seguita dalla coda in cui appare un inciso nuovo, di carattere patetico. Il Finale, è incentrato su un vivacissimo tema russo, che deriva dal tema introduttivo, incentrato su un semplice schema ritmico che circola in tutti gli strumenti con le debite varianti armoniche e timbriche.