Yuri Bashmet, direttore e solista
Programma:
Johann Sebastian Bach, Concerto Brandeburghese n. 3 in sol magg. BWW 1048
Franz Schubert, Sonata in La minore per arpeggione e pianoforte D 821
Nicolò Paganini, Concertino per viola
Pëtr Il’iè Èajkovskij “Souvenir de Florence”, op. 70
L’interesse per la forma concertante si manifestò già durante l’età giovanile di Johann Sebastian Bach (1685-1750), ma prima di Köthen il musicista non ebbe occasione di scrivere veri e propri concerti. Nei sei dedicati a Ludwig, Margravio di Brandeburgo, nella primavera 1721, si dilettò finalmente a sperimentare forme diversificate traendo spunto sia dal concerto grosso di corelliana memoria sia dal concerto solistico vivaldiano. In particolare nel terzo, in sol maggiore BWW 1048, seguendo lo schema veneziano in tre tempi, infuse nella struttura un contenuto completamente nuovo. L’orchestra è costituita da tre robusti cori di strumenti ad arco ciascuno suddiviso in tre gruppi, perfettamente bilanciati, che si rilanciano in continuazione i temi in un’affascinante conversazione, lasciando solo saltuariamente la prosecuzione del discorso a un singolo strumento. Il movimento lento centrale è sostituito da una semplice cadenza non scritta, mentre i due tempi estremi veloci presentano sufficienti elementi di contrasto anche solo relativamente alla forma: il primo è nella consueta struttura di concerto, mentre il secondo ricorda le danze contemporanee.
Nel novembre 1824, circa dieci mesi dopo aver scritto l’Introduzione e variazioni op. 160 per flauto e pianoforte, Franz Schubert (1797-1828), scrisse la Sonata in la minore per arpeggione e pianoforte D 821 qui presentata nell’elaborazione di Balashov. L’arpeggione, noto anche con il nome di chitarra d’amore, era stato inventato a Vienna nel 1823 dal liutaio Staufer e poteva essere considerato un derivato della viola da gamba; aveva le dimensioni di un violoncello, era munito di sei corde e di una tastiera simile a quella della chitarra. Non essendo tuttavia particolarmente diffuso, il violoncellista Schuster, desideroso di poter risollevare le sorti dell’amato strumento, aveva affidato la commissione di un brano a Schubert. Non sembra che il musicista fosse particolarmente interessato a questa composizione, ma vi si impegnò con curiosità, con il preciso intento di evidenziare soprattutto le risorse melodiche ed espressive dello strumento. L’Allegro moderato iniziale si svolge in un’atmosfera di serena malinconia. Il secondo tempo, Adagio, è una pagina di tranquillo lirismo in cui la linea melodica è interamente affidata allo strumento ad arco. L’Allegretto finale in forma di rondò con due episodi centrali contrastanti è direttamente collegato al movimento precedente da una breve cadenza. Anche in questa sezione lo strumento ad arco svolge un ruolo di assoluta preminenza sulla restante compagine di accompagnamento. Dopo le prime esecuzioni pubbliche della sonata, lo strumento cadde nuovamente in oblio trascinando in parte anche la composizione stessa.
Il Concertino per viola di Nicolò Paganini (1782-1840) nasce dall’elaborazione di Balashov e Katz del Quartetto n. 15 probabilmente ascrivibile al 1820. Il desiderio di far risaltare il timbro dello strumento e nel contempo di evidenziare i mezzi e le abilità straordinarie del virtuoso di turno, portarono Paganini a concepire una scrittura in cui l’elemento di agilità fosse contemperato a quello di profonda espressività soprattutto in riferimento al Recitativo e all’Adagio cantabile che precedono il Rondò finale. Non è questa l’unica occasione nel catalogo paganiniano in cui la viola riveste un ruolo primario e rivela la simpatia dell’autore. È noto l’episodio in cui Paganini richiese a Hector Berlioz un apposito concerto ma, non soddisfatto del risultato conseguito dal collega, si impegnò personalmente a comporre un brano in cui non dovesse «tacere troppo a lungo» e anzi dovesse «suonare sempre». L’esito fu la composizione nota come Sonata per la gran viola.
Il sestetto per archi in re maggiore “Souvenir de Florence”, op. 70 ebbe una gestazione piuttosto travagliata in quanto Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840-1893) ne predispose una prima versione, presentata ufficialmente nell’estate del 1890, e due anni dopo una seconda, rimaneggiata ampiamente, che manteneva soltanto i primi due tempi della veste originaria. L’edizione finale, eseguita nel 1892, presenta il complesso di sei strumenti ad arco nell’organico di tre coppie (violini, viole e violoncelli), ispirato al modello dei due sestetti di Brahms, in cui tutte le parti sono indipendenti, «ma nello stesso tempo omogenee», come l’autore scriveva al fratello. Problema fondamentale della creazione era l’equilibrio tra gli strumenti (non la «mancanza di idee ma la novità della forma» sempre per riferire il pensiero dell’autore) nel rispetto dell’architettura classica e nello sviluppo degli assunti originali. L’Allegro con spirito è interamente dominato dalla pulsazione ritmica fondata su due schemi simultanei e ostinati che determinano la formazione di differenti gruppi strumentali nel corso del brano. L’Adagio cantabile e con moto si compone di una breve introduzione, quattro episodi differenziati e la ripresa del tempo primo con un progressivo placarsi del movimento. L’Allegretto moderato ha un andamento di intermezzo più che di scherzo. Impostato come canone, coinvolge l’intero tessuto sonoro e, dopo aver occupato la prima parte, ritorna ornato da combinazioni armonico-timbriche nuove come momento conclusivo di una breve zona centrale che prevede uno svariato impiego dei timbri. L’Allegro vivace finale è in forma sonata con un fugato in funzione di episodio centrale. Il sapore popolareggiante del primo tema contrapposto a una seconda idea dal carattere lirico (sotto la quale tuttavia non manca di risuonare anche il primo) offrono materiale di sviluppo sino alla coda che conclude con grandi sonorità. Due le ipotesi relative al sottotitolo: o l’influsso esercitato dal soggiorno fiorentino durante il quale era stata composta La dama di picche o lo stile italianizzante che permea il secondo movimento.