MOSCOW STATE RADIO AND TV SYMPHONY ORCHESTRA
Alexei Kornienko, direttore
Giuseppe Albanese, pianoforte
prima parte
Sergej Rachmaninov: Concerto n.2 in do minore op.18 per pianoforte ed orchestra
moderato
adagio sostenuto
allegro scherzando
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seconda parte
Piotr Il'ic Cajkovskij: Sinfonia n.6 in si minore op.74 "Patetica"
adagio - allegro non troppo
allegro con grazia
allegro molto vivace
finale: adagio lamentoso
Il secondo concerto in do minore op. 18, completato nella primavera 1901 ed eseguito dall’autore nell’autunno dello stesso anno, decretò la fama di Rachmaninov come sinfonista. Le qualità melodiche molto marcate, il lirismo ininterrotto contribuirono infatti a dargli popolarità anche come compositore e non solo come strabiliante virtuoso. In realtà la composizione, certamente tra le più accattivanti dell’intero catalogo, ebbe una gestazione travagliata e fu concepita dopo una grave crisi depressiva. Tali particolari traspaiono da alcuni dettagli tra cui le melodie cupe, tese e appassionate e l’elemento ritmico insistente, ripetutamente utilizzato dall’orchestra e dal solista.
Il brano presenta molte anticipazioni del terzo concerto per pianoforte, che vedrà la luce nel 1909, e inevitabilmente viene rapportato a quello. Entrambi sono permeati dello stesso sentimento nostalgico e contengono motivi (ad esempio la sezione centrale del secondo tempo) e procedimenti molto simili tra loro, come l’impiego ricorrente di determinati temi e melodie in funzione di coesione dell’intero pezzo. All’inizio dell’ultimo movimento compare brevemente il frammento ritmico del primo movimento e il fatto risulta ancora più interessante se si pensa che il finale fu scritto in un tempo precedente il primo tempo. Il pianoforte entra con una cadenza che precede il tema vero e proprio, tema dall’interesse più ritmico che melodico e attende che si cambi atmosfera con il passaggio a Meno mosso per poter declamare il primo tema, dalla forma rapsodica, e immediatamente dopo il secondo. È questa la melodia, piena di tristezza e di nostalgia, che ha affascinato gli ascoltatori di tutto il mondo. Da un punto di vista armonico non è la più interessante ed è molto simile al secondo tema del primo movimento, ma la sua condotta melodica è di una bellezza ineguagliabile. Oltre alla felicità inventiva e all’intenso lirismo, il concerto si impone per la sua concisione e per l’interessante contrasto delle sezioni, rivelando una visione creativa e stilistica di chiara impronta occidentale. Allo stesso modo di Cajkovskij, che Rachmaninov adorava.
Otto anni prima - 1893 - Cajkovskij aveva completato e diretto a San Pietroburgo la sua sesta sinfonia. L’accoglienza era stata tiepida, ma l’autore, convinto della bellezza della creazione, ne inviò copia all’editore col sottotitolo di Patetica, inventato dal fratello. L’idea di scrivere una sinfonia a programma che avrebbe dovuto essere, come riferì, un complesso enigma per tutti e ciascuno si sarebbe cimentato a risolverlo, gli era venuto durante un soggiorno parigino. In un primo momento aveva pensato di intitolarla semplicemente «Une symphonie à programme», senza rivelare null’altro, perché la pagina era carica di suggestioni personali, poi invece aveva accettato la proposta del fratello Modest perché si trattava di un soggetto molto personale, intimo, disperato («mentre la componevo più e più volte ho versato lacrime amare»). Descrivendolo, sperava di fare un esorcismo e di cacciare tutti i demoni che lo possedevano da molto tempo. La composizione, che Cajkovskij considerava la migliore tra tutte quelle scritte e in ogni caso la più sincera e la più amata, ebbe una gestazione fulminea (in quattro giorni furono completati l’intero primo movimento e la prima metà del terzo) e il parto fu pieno di innovazioni attinenti soprattutto la forma: il finale non si sarebbe presentato come fitto e rumoroso Allegro, ma lungo Adagio. Sull’esempio della Sonata per piano op. 27 di Beethoven, egli crea una «sinfonia quasi una fantasia» il cui primo movimento deriva il suo tema principale da una introduzione pianissimo e dopo un vasto sviluppo sfocia in una coda dal tono di marcia funebre. Il primo tema si esalta nel corso dell’Allegro non troppo che segue l’introduzione e che trapassa poi in Andante in cui si espone un secondo soggetto, su un sottofondo ritmico ostinatamente scandito dagli archi.
Nell’Allegro con grazia i tempi di valzer, trasfigurati dall’uso continuo di una battuta in 5/4, sembrano produrre una impressione irreale accentuata dalla frivolezza del tema principale esposto in pizzicato dai violoncelli e dalla successiva cupa conclusione in cui hanno largo impiego legni e corni. Il terzo tempo (Allegro molto vivace) riveste un fascino particolare grazie alle combinazioni degli accenti sui quali si apre una marcia trionfale a guisa di trio. Secondo alcuni commentatori, il clima di questo movimento introdurrebbe all’Adagio finale dove i violini e i violoncelli si fanno eco in un’atmosfera tetra creata da tromboni e tuba. Il finale, assolutamente unico nel suo genere, consiste in un Adagio lamentoso che si esaurisce su un quadruplo pianissimo.
Se la Patetica continua ad essere, suo malgrado, essenzialmente considerata come la confessione musicale di Cajkovskij (ma non è escluso che egli la volesse intendere quale musica assoluta) ciò è dovuto soprattutto al fatto che cinque giorni dopo la prima, l’autore morì di colera, all’età di 53 anni. Ma l’associazione tra opera ed elementi autobiografici ha impedito per lo più di cogliere che nella sesta la libertà di disposizione dei movimenti ha aperto nuove possibilità d’espressione di cui si sono presto appropriati diversi musicisti della generazione successiva, da Gustav Malher - che ammirava Cajkovskij dopo aver diretto la versione tedesca d’Eugène Onegin tanto da introdurre in alcune sue opere stilemi simili a quello della Patetica - sino ad Alban Berg (Lyrischer Suite, 1926).