La Fondazione Teatro Fraschini ha l'onore di ospitare lo spettacolo ANGELS IN AMERICA, riconosciuto e premiato a livello internazionale.
Il testo di Tony Kushner è stato insignito del premio Pulitzer
La versione televisiva americana (2003) ha vinto 11 Emmy Awards, 5 Golden Globes
Lo spettacolo teatrale italiano diretto da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani ha ottenuto:
il Premio dell’Associazione Critici di Teatro
il Premio Ubu per l’attore non protagonista a Elio De Capitani e per il nuovo attore under 30 Umberto Petranca
il Premio Hystrio alla regia 2008
le assegnazioni di Miglior regia e Miglior spettacolo di prosa ai Premi Olimpici per il Teatro 2008
È con enorme emozione che si vede e si vive, tra il riso e il pianto, la prima parte di Angels in America, ricreata in uno show di oltre tre ore da Teatridithalia con la regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, sedici anni dopo il debutto americano. (...) Si sovrappongono dunque le situazioni intime e i dialoghi, in uno spettacolo ricco di fantasia e voglia espressiva che supera i vincoli ambientali, importa fantastiche visioni registrate e ridondanti sonorità. E per una volta si può contare su un’adesione interpretativa di felice compattezza in cui spiccano le tormentate raffigurazioni di Cristian Maria Giammarini e Elena Russo Arman, i trasformismi di Ida Marinelli, l’introspezione di Umberto Petranca e Edoardo Ribatto, assieme al redivivo Fabrizio Matteini. Franco Quadri, la Repubblica
Per lo storico gruppo milanese ancora uno sguardo politico su realtà nascoste e fiammeggianti in un approccio severo e forte, costruito con semplicità ma anche con profondità nella casta scena di Carlo Sala. Un merito che tocca in egual misura agli interpreti e alla regia illuminista, ma anche carica di sentimento, firmata a quattro mani da Bruni e De Capitani che interpreta da par suo il ruolo di un carogna storico. Maria Grazia Gregori, l’Unità
Cito il film di Nichols perché dalla prima scena De Capitani, nella parte dell’avvocato Roy Cohn, colui che 1952 spedì sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg, si diverte a gareggiare con Al Pacino, subito ponendo un problema: non solo chi sia più bravo, più gigionesco, più cattivo; ma che cosa sia la cosiddetta copia rispetto all’originale, e che cosa sia il teatro che nasce come teatro, diventa cinema, e torna a essere teatro. È un problema non incidentale. Riguarda la performance di De Capitani e, con essa, l’intero spettacolo, che si vuole rigorosamente teatrale (si svolge in un spazio vuoto) e, nell’uso di effetti speciali, vistosamente cinematografico. D’altra parte la commistione dei mezzi tecnici e degli stili (...) questa commistione è l’essenza sia formale che concettuale di Kushner. Nel senso della forma per Bruni e De Capitani è una pacchia, un vero tripudio: sono a casa loro, sembrano i committenti di un testo spasmodico e appassionato, poi finito al cinema e in televisione. Franco Cordelli, Corriere della Sera
Ottimo successo, anzi, addirittura ovazioni. Masolino D’Amico, La Stampa
Tutto ciò di cui Angels in America ci parla appartiene a un passato recente ma non ancora storicizzato, un passato che ci rimane attaccato addosso, che impronta la nostra vita, il nostro inconscio collettivo. I temi trattati dal testo, l'incubo dell'Aids, in primo luogo, ma anche l'abuso di pasticche o il buco nell'ozono, hanno forse perso una parte della loro urgenza, ma restano sospesi su di noi. Scavare in questa materia è dunque un po' un interrogarsi su quello che siamo. Renato Palazzi, Il sole 24 ore
La lettura scenica, pluripremiata, di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani (…) ha costruito, a partire dal dramma di Kushner, una saga provocatoria e commovente sul tema dell`identità. Ha messo la Persona allo specchio: nella razza, nella religione, nella cultura. Rita Sala, Il Messaggero
Non è soltanto la grande potenza estetica, l’adrenalina registica che non perde efficacia in quasi quattro ore di rappresentazione a sdoganare sulle platee etero di tutto il mondo Angels in America. (…) E’ una lezione di maturità intellettuale che vale quando si parla di tutti i diversi. Splendidi gli attori impegnati in più ruoli. Silvana Zanovello, Il secolo XIX
INFORMAZIONI SPETTACOLO
Produzione Teatridithalia sc
Testo di Tony Kushner
traduzione Mario Cervio Gualersi
regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
con Elio De Capitani, Elena Russo Amman, Ida Marinelli, Cristina Crippa
durata 3 ore e 45’
Tony Kushner pensa al mondo politicamente, o meglio, per lui la politica è qualcosa di molto ampio che investe le relazioni sociali, i sentimenti, la speranza e il dolore. Non teme il disagio che suscitano le cose che scrive, anzi scrive per poter esprimere il suo punto di vista, senza maschere e senza la paura di risultare spiacevole.
La commedia in questione gli viene commissionata nel 1987 dopo il primo lavoro A Bright Room Called Day. Le due parti dell’operano debuttano a Broadway nel 1993 ed il successo è immediato, con la vincita del Pulitzer, due Tony ed altri premi. A teatro ha vinto tutto, in tv è diventato un serial nel 2003 con Al Pacino, Meryl Streep, Emma Thompson, adattamento pluripremiato con Golden Globe e Emmy dopo che era rimasto incompiuto il progetto di Robert Altman.
New York, 1985. Prior Walter è un giovane Wasp cui è stato diagnosticato l’Aids. Il suo fidanzato Louis, intellettuale ed ebreo, non sopporta la malattia e lo abbandona, legandosi al mormone repubblicano Joe Pitt. Joe è gay non dichiarato, assistente dell’avvocato omofonico e a sua volta omosessuale non dichiarato Roy Cohn, ex aiutante del senatore McCarthy. Roy, che si scopre infettato dalla terribile malattia, tenta di convincere il mormone Joe ad accettare un posto a Washington in cui potrà imporgli operazioni illegali, allontanandolo sempre di più dalla moglie Harper, insoddisfatta ed impasticcata. Alla coppia omosessuale divisa dalla malattia e ai due sposi in crisi ruotano attorno altri personaggi, dal rabbino del funerale iniziale al travestito-infermiere che completano il mosaico di una comunità multietnica.
Il testo (l’edizione italiana è Ubulibri) racconta un passaggio epocale segnato dall’arrivo di una “nuova peste”, l’Aids, come fu vissuta in quegli anni, entrata nel mondo omosessuale newyorkese laico e progressista nel quale non esisteva l’idea del male. L’apparizione della malattia metteva in gioco una serie di questioni come la morte e la tolleranza nei confronti dei malati.
Il testo mette in luce anche l’elaborazione di quel dolore, il superamento della paura irrazionale, ma è soprattutto una coinvolgente e barocca ricostruzione della vita negli anni Ottanta, la storia epocale America reaganiana caratterizzata da scandali e intolleranze, un’ America che si specchia anche in quella più ravvicinata di Bush e della sua restaurazione.
Lo spettacolo è firmato da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, interpretato dagli attori storici della compagnia e da un cast di giovani, impegnati in più ruoli per via dei tanti personaggi. La scrittura di Kushner, così epica e visionaria, ha catturato i due artisti che si sono ritrovati nel presente con gli stessi problemi che l’autore americano metteva in primo piano: l’Aids, trasformata in malattia cronica, ma solo in occidente, i problemi ambientali, i fanatismi religiosi. Un testo di denuncia che richiama alla “restaurazione dell’umano” attraverso l’accettazione di sé.
Suscita emozione la versione della prima parte di Angels in America, sedici anni dopo il debutto americano, crea un impatto emotivo dello spettatore su un vortice vitale che coinvolge temi quotidiani e ideologie, rimette a posto le cose di un recente passato, con un tocco di fantasia sdrammatizzante. Il personaggio di Roy Cohn, interpretato da un convincente ed istrionico Elio De Capitani, che ne tratteggia con piglio la viscida ipocrisia, è centrale e rappresenta la libertà intesa come arbitrio. Non era facile la sfida a cui i registi sono stati chiamati, rendere cioè scenicamente credibili ed omogenei i piani ed i linguaggi di cui è composto il dramma. Ci sono riusciti scegliendo una lettura rigorosa, che fonde i vari stili in una forma espressamente teatrale legata comunque ad un impianto vistosamente cinematografico con un montaggio incrociato, proiezioni e sonorità diffuse.
In questa Apocalisse la speranza non è negata. Gli angeli arriveranno. Irrompono ma non sono però consolatori, hanno il difficile compito di trovare qualcuno che tiri fuori l’umanità dolente dalla malattia e dal rifiuto di guardare la realtà. Compito quest’ultimo che anche il teatro, o meglio, un certo modo di fare teatro, cerca di svolgere.