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Il nipote di Rameau
di Denis Diderot
Adattamento di Edoardo Erba e Silvio Orlando

Con Silvio Orlando, Amerigo Fontani, Maria Laura Rondanini

Clavicembalista Simone Gullì
Scene Giancarlo Basili
Costumi Giovanna Buzzi

Regia Silvio Orlando

Produzione Cardellino srl

Durata un'ora circa

La conversazione di Denis Diderot fu scritta a cavallo tra il 1761 e il 1777, ma vide le stampe solo molto tempo dopo, nel 1823. A nulla era valso che Goethe ne avesse fatto traduzione nel 1805 quando l'opera era ancora un manoscritto inedito: Diderot fu considerato uno spirito ribelle e molto del suo operato letterario fu reso pubblico molto tempo dopo la sua morte. A lungo infatti la traduzione tedesca fu il punto di riferimento per le altre edizioni, finché venne alla luce un manoscritto originale (1891).
Filosofo francese, critico d'arte dell'epoca dei lumi, classe 1713, Denis Diderot, come "pensatore libero", scrisse molte opere, alcune delle quali gli causarono non pochi problemi con la giustizia, e fu addirittura costretto a scontare alcuni mesi di prigione. Insieme a Jean le Rond d'Alambert si dedicò alla compilazione dell'Encyclopédie, anch'essa messa sotto processo e vietata. Scrisse tre commedie (E' buono? E' cattivo? Il figlio naturale (1757), Il padre di famiglia (1758) ma la sua più importante attività letteraria fu quella rivolta alla produzione teorica. In quest'ottica si collocano i trattati Conversazioni sul figlio naturale (1757), Della poesia drammatica (1758), e Il paradosso dell'attore (1778). Con i primi due in particolare, sulla scia della diffusione in Francia della pièce larmoyante, Diderot auspica la nascita di un genere teatrale in cui il dramma sia mescolato al comico, in nome della rigorosa aderenza alla realtà. Con Il paradosso innesca una celebre riflessione estendendo questa esigenza "di piena aderenza alla realtà" alla recitazione, misurata e quotidiana, frutto di un distacco emotivo e critico dell'interprete, spunto significativo per la futura poetica brechtiana.

Il testo immagina un ipotetico dialogo tra l'autore, Denis Diderot, e Jean-François Rameau, nipote di Jean-Philippe Rameau, eccellente compositore musicale, organista ed autore drammatico. Una breve conversazione che si immagina al Café de la Régence. Rameau si presenta al filosofo come un vero adulatore, non fa mistero della propria immoralità e della pratica come "parassita del potere". Si parla di musica, dello zio, (geniale musicista ma avaro e pessimo in famiglia), e dell'ambiente di contorno al teatro, fatto di donne mantenute da ricchi spregiudicati.
La composizione prende la forma del genere satirico, tratteggiando un ambiente parigino d'epoca, delineando, in modo pungente, caratteristiche individuali e comuni di una società nel suo insieme.
Il nipote di Rameau crea da subito delle perplessità: è un genio eccentrico e spregiudicato, oppure un impostore che riesce a ribaltare il pensiero etico dell'autore con grande abilità?
Il personaggio in questione, per esempio, impartisce lezioni di pianoforte in tutta tranquillità, senza saperlo veramente suonare, oppure cerca di educare il figlio alla conquista del denaro e del profitto.
Diderot, che sostiene una condotta etica ineccepibile, è affascinato dalla capacità sfrontata di quest'uomo, abile armeggiatore senza alcun senso di pudore, in grado di dare sfogo ad impulsi meschini e nel contempo smascherare con lucidità la corruzione della società. Non manca dunque di condannare anche l'uomo di genio (tale era lo zio Rameau), dote che lo allontana dagli altri suoi simili, lo rende disinteressato a tutto, tranne che a se stesso e alla propria arte.
La conversazione si sviluppa in modo dialettico, a colpi contrapposti: se la felicità per l'uno sta nell'altruismo, l'altro dimostra che nella realtà molti onesti sono infelici e i disonesti felici.
Nessuno dei due avrà la meglio: se non c'è un vinto né un vincitore, resta solo un gustoso e brillante confronto, sempre eterno e valido per un'umanità ciclicamente avvezza a comportamenti simili.